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Prediche e testi

Una scelta di prediche, meditazioni, interpretazioni bibliche e testi su chiesa e società, nati dal lavoro con la Scrittura e dagli incontri della vita ecclesiale.

Selezione attuale

Dal testo alla vita

La raccolta cresce gradualmente. Occasione, testo biblico, lingua e stato di pubblicazione sono indicati con chiarezza. Manoscritti completi e download vengono aggiunti solo quando diritti e versione redazionale sono definiti.

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Meditazione
Tedesco
Sintesi

Io sono il pane della vita

Giovanni 6,35

Una breve meditazione in forma di predica per un culto con brunch, che collega il pasto condiviso alla promessa di Gesù di saziare la fame più profonda dell'essere umano.

Predica
Italiano
Sintesi

Dio ospite

Ebrei 13,1–3

L'ospitalità come pratica spirituale: Dio ci incontra in Cristo, nella Parola e nascosto nello straniero o nel bisognoso.

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Manoscritto della predica

Dio ospite

Dio ospite

«Non siete più stranieri né ospiti, ma concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio» (Efesini 2,19). «Rimanga l’amore fraterno. Non dimenticate l’ospitalità: alcuni, praticandola, hanno accolto angeli senza saperlo. Ricordate i carcerati come se foste in carcere con loro» (Ebrei 13,1–3).

1. Dare tutto, non aspettarsi nulla, restare grati

Prima di diventare pastore ho lavorato venticinque anni nell’ospitalità. Se dovessi riassumerne una regola direi: «Dare tutto, non aspettarsi nulla e restare grati». Gli ospiti percepiscono subito se il servizio viene dal cuore; e non è questione di mancia. Non parlo di lasciarsi sfruttare o rinunciare a limiti sani, ma di un cuore servizievole che mette Dio al primo posto. Siamo buoni ospiti perché Dio stesso è il vero ospitante.

2. Si può incontrare Dio?

Da bambino volevo sapere come fosse Dio. Mosè al roveto e Abramo sotto le querce lo avevano incontrato. Pregavo la sera: «Dio, mostrati», aspettando un sogno, ma nulla accadeva. Recentemente mia figlia di cinque anni mi ha chiesto: «Papà, posso vedere Dio?» Le ho dato la stessa risposta ricevuta dai miei genitori: a volte Dio viene in sogno. Ora sogna Gesù che ritorna su un cavallo bianco.

La domanda rimane: possiamo incontrare Dio in questa vita? Ebrei risponde: sì; alcuni hanno ospitato angeli senza saperlo. Dio spesso ci incontra non dove lo cerchiamo, ma dove serviamo con cuore puro.

3. Due porte aperte: Abramo e Lot

Nella calura di Mamre, Abramo vede tre stranieri e corre loro incontro. Offre acqua e «un boccone», ma mobilita la casa: Sara prepara focacce, si cucina un vitello, si aggiungono latte e burro. Il boccone diventa banchetto. Un ospite promette un figlio a Sara. Lei ride: troppo vecchia, troppo tardi. Ma egli chiede: «C’è qualcosa di impossibile al Signore?» Dio stesso era ospite alla tavola di Abramo.

Come i discepoli di Emmaus riconobbero Gesù allo spezzare del pane, spesso vediamo l’essenziale non con gli occhi esteriori, ma con quelli del cuore. Conoscere Dio è importante; lo è anche un carattere timorato di Dio, un cuore che serve.

Un capitolo dopo, due messaggeri arrivano a Sodoma. Lot insiste perché non dormano nella piazza: conosce la città. Gli uomini circondano la casa e considerano gli stranieri oggetti di violenza, calpestando il sacro diritto dell’ospite. Ezechiele nomina la colpa di Sodoma: superbia, abbondanza e tranquillità, senza aiutare poveri e bisognosi. Alla fine i messaggeri salvano Lot. Dio «si ricordò di Abramo» e lo fece uscire: Dio non dimentica i suoi.

4. Ciò che raffredda l’amore

Il greco dice: «Hē philadelphia menetō», rimanga l’amore fra fratelli e sorelle. Se deve rimanere, è minacciato. Quattro venti lo raffreddano.

Primo, l’illegalità: «Poiché aumenterà l’iniquità, l’amore di molti si raffredderà» (Matteo 24,12). Anomia è il disprezzo della volontà di Dio, come se nulla fosse vincolante. Agisce come aria salata sul ferro: lentamente la ruggine distrugge ciò che dovrebbe portare peso. Se fedeltà, verità e responsabilità svaniscono, l’altro diventa mezzo per i desideri. L’illegalità non libera l’amore, lo rende freddo.

Secondo, l’indifferenza. Nella parabola il sacerdote e il levita vedono il ferito e passano oltre; il samaritano vede, ha compassione, si lascia interrompere, fascia, porta e paga. Il contrario dell’amore non è soltanto l’odio, ma l’indifferenza che guarda attraverso l’altro: «Il tuo dolore non mi riguarda». Ricordare i carcerati significa lasciarsi coinvolgere con cuore, piedi e mani.

Terzo, dimenticare. Mosè dice a Israele: ricorda che eri schiavo e che il Signore ti ha liberato. Lo straniero e il povero davanti alla tua porta eri tu. Chi dimentica la grazia ricevuta diventa duro verso chi ne ha bisogno e trasforma gratitudine in pretesa: «La mia forza mi ha dato questa ricchezza». Non dimenticare l’ospitalità non è un problema di memoria, ma di cuore: sappiamo ancora, ma non siamo più mossi.

Quarto, il benessere autosoddisfatto. Laodicea dice: «Sono ricco e non ho bisogno di nulla», ma Cristo la vede povera e cieca. La ricchezza non è peccato; permise ad Abramo di essere generoso. Diventa pericolosa quando pensiamo di non aver bisogno di nessuno, neppure di Dio. I beni possono allargare il tavolo e restringere il cuore. Cristo sta alla porta della propria chiesa e bussa perché desidera di nuovo comunione alla sua tavola.

5. Ciò che fortifica l’amore

Avvicinarsi a Dio e bere alla fonte. Geremia parla di Dio come sorgente d’acqua viva, abbandonata per cisterne screpolate. L’amore non vive a lungo della sola volontà: chi dà senza ricevere grazia diventa vuoto e amaro. Cristo promette acqua che diventa sorgente di vita eterna; lo Spirito alimenta l’amore. La Scrittura ci corregge e rinnova come un albero piantato lungo corsi d’acqua.

Poi cercare comunità e sopportare differenze. Cristo unisce persone che forse non si sarebbero scelte: anziani e giovani, silenziosi e rumorosi, radicati e nuovi arrivati. «Accoglietevi come Cristo ha accolto voi.» Infine esercitare l’ospitalità. È allenamento spirituale e richiede tempo, progettazione, rinuncia e disponibilità a essere interrotti.

6. Philadelphia e philoxenia

Philadelphia è l’amore fra fratelli e sorelle; menō significa rimanere e non raffreddarsi. Philoxenia unisce philos, amico, e xenos, straniero: amore dello straniero, accoglienza amichevole di chi è diverso.

7. La piccola forza di Filadelfia

Alla comunità della città di Filadelfia Cristo dice: «Ho posto davanti a te una porta aperta che nessuno può chiudere; hai poca forza, ma hai custodito la mia parola» (Apocalisse 3,8). È piccola e senza influenza, ma fedele. La poca forza basta quando Cristo apre la porta.

8. Cristo, il vero ospitante

Gesù dice: «Ero straniero e mi avete accolto». Si identifica con affamati, stranieri, malati e prigionieri: ciò che facciamo al più piccolo lo facciamo a lui. Ma prima che noi lo accogliamo, egli ha accolto noi. Cristo prepara la tavola, dona se stesso e trasforma stranieri in membri della casa di Dio.

9. Dio è già venuto

Dio ci incontra in Gesù, nella Parola che ci chiama per nome, nello Spirito e, nascosto, nel prossimo. Da bambino aspettavo un sogno; forse Dio mi attendeva già a un’altra porta. Un giorno Cristo tornerà visibilmente; fino ad allora viene quietamente: nella persona che ha bisogno di un posto a tavola, nel vicino solo, nel prigioniero dimenticato, nello straniero, nel coniuge da ascoltare di nuovo, nelle domande dei figli e nella sua Parola.

«Non siete più stranieri, ma membri della famiglia di Dio.» Non è un compito, ma un fatto. Siete già accolti. La porta è aperta, la tavola apparecchiata. Non dovete meritare il posto: Cristo lo ha acquistato. Entrate nella settimana come familiari di Dio e tenete aperta la porta.

La pace di Dio custodisca i vostri cuori in Cristo Gesù.

Amen.

Predica
Tedesco
Sintesi

Un cuore che serve

Deuteronomio 7,6–12

Una predica sull'elezione come dono e chiamata: l'amore di Dio non si fonda sui nostri meriti, ma ci chiama alla gratitudine, alla responsabilità e al servizio.

Meditazione
Tedesco
Sintesi

Non temere – io ti ho riscattato

Isaia 43,1

Una meditazione pastorale sull'appello personale di Dio, sulla sua fedeltà e sulla speranza di essere chiamati per nome anche nei periodi incerti.

Predica
Tedesco
Sintesi

Invito alla festa di Dio

Luca 14,15–24

L'invito di Dio è ampio e non dipende dalla posizione sociale. La predica legge l'insistenza della parabola come perseveranza della grazia e domanda come la chiesa possa diventare realmente accogliente.

Predica
Italiano
Sintesi

Benedetti per vivere in relazione con Dio

Numeri 6,22–27

La benedizione di Aronne rivela il Dio trino che si volge a noi, ci custodisce, dona grazia e pone lo shalom nelle relazioni.

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Manoscritto della predica

Benedetti per vivere in relazione con Dio

Benedetti per vivere in relazione con Dio

«Il Signore ti benedica e ti custodisca; faccia risplendere il suo volto su di te e ti faccia grazia; rivolga verso di te il suo volto e ti dia pace» (Numeri 6,22–27).

Cara comunità,

Una cronaca medievale racconta di bambini nutriti e tenuti puliti, ma privati di parole, gesti d’affetto e vicinanza, per scoprire quale lingua avrebbero parlato. Morirono uno dopo l’altro. L’essere umano non vive di latte o pane soltanto. Non è creato per esistere biologicamente, ma ha bisogno di relazioni con gli altri e con Dio.

Perciò la Bibbia comincia con una relazione. Prima della creazione Dio vive come Padre, Figlio e Spirito Santo: non un Dio solitario, ma eterna comunione d’amore. Egli crea l’uomo a sua immagine e gli comunica il soffio della vita. Noi abbiamo fame di amore, accoglienza, vicinanza, riconoscimento, pace e casa.

La benedizione di Aronne risponde a questa fame. Non è soltanto una bella conclusione liturgica, ma il volgersi personale di Dio verso il suo popolo. «Il Signore faccia risplendere il suo volto su di te»: Dio ti guarda, ti vede e desidera comunione. Nella Bibbia il volto di Dio indica la sua presenza. Quando risplende, la luce entra e il buio cede.

Numeri racconta il deserto d’Israele: peregrinazione, guerra, paura, mormorazione, debolezza e fallimento. Proprio lì Dio benedice. Molti pensano: «Dio mi benedirà quando sarò più forte, più devoto e la mia vita sarà in ordine». La Scrittura dice invece: egli benedice nel deserto, non soltanto dopo. Cristo è la roccia e la sorgente d’acqua viva. Se ti senti esausto, ferito, solo o privo di pace, Dio non ti ha dimenticato. Gesù dice: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi». Dio viene per primo e cerca relazione.

«Il Signore ti benedica e ti custodisca.» L’ebraico barak indica vita, forza, fecondità e possibilità di fiorire. La benedizione è l’azione efficace di Dio che provvede, fa crescere e apre nuove prospettive. Shamar, custodire, significa proteggere come un pastore. Dio è donatore e custode; il Custode d’Israele non sonnecchia. La benedizione non garantisce comodità, ma promette che non possiamo cadere più in basso della mano amorevole di Dio.

«Il Signore faccia risplendere il suo volto e ti faccia grazia.» La parola or significa luce: yehi or, «Sia la luce». Dove Dio parla, si illumina anche la tua vita. E chanan significa grazia. Non puoi né devi meritare l’amore di Dio. Il nostro mondo premia la prestazione e scarta chi sbaglia; il regno di Dio è diverso. Il malfattore accanto a Gesù non aveva nulla da offrire, ma udì: «Oggi sarai con me in paradiso». Dio dona grazia; alziamo lo sguardo verso Cristo.

«Il Signore rivolga a te il suo volto e ti dia pace.» Dio ti offre piena attenzione. Non vede soltanto il ruolo di madre, padre, lavoratore, pastore o vicino, ma te, con gioia, dolore e speranza. Il dono è shalom: più dell’assenza di conflitto; è integrità, guarigione, relazioni ordinate, sicurezza e vita nascosta in Dio.

Ricordo un ospite arabo che salutai in albergo con «Salam alaikum». Non rispose perché era arrabbiato: la camera era troppo calda, non voleva aprire la finestra, l’aria condizionata non bastava e l’hotel era pieno. Poco dopo pubblicò una cattiva recensione. Mi mostrò quanto rapidamente perdiamo la pace per delusione e aspettative ferite, e talvolta non auguriamo pace agli altri perché non l’abbiamo in noi.

Gesù dice: «Vi do la mia pace, non come la dà il mondo». Essa non dipende dalla temperatura perfetta, dalla comprensione di tutti o da una vita senza problemi, ma dalla presenza di Dio. La pace è l’atmosfera in cui la relazione vive.

Questa benedizione mostra il cuore del Dio trino: il Padre benedice e custodisce; il Figlio rivela il volto luminoso e dona grazia; lo Spirito depone la pace nei cuori. La fede cristiana non è amministrare una religione, ma vivere con Dio e seguire Gesù mediante lo Spirito.

Se hai bisogno di questa pace, vieni a Gesù. Il Dio vivente conosce il tuo nome, ti vede, si volge verso di te, posa la sua mano protettrice e pronuncia la sua benedizione sulla tua vita.

Amen.

Predica
Italiano
Sintesi

Tra cielo e terra

Giovanni 17,20–26

Una predica per l'Ascensione sui progetti rimandati, l'unità della Chiesa e la presenza di Cristo mediante lo Spirito.

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Manoscritto della predica

Tra cielo e terra

Tra cielo e terra

In Giovanni 17,20–26 Gesù prega non soltanto per i discepoli presenti, ma per tutti coloro che crederanno attraverso la loro parola: che siano uno, come il Padre è nel Figlio e il Figlio nel Padre, affinché il mondo creda e l’amore di Dio sia in loro.

Cara comunità,

Vorrei iniziare con un sogno che mi accompagna ancora: tra cielo e terra, su una seggiovia. Avevo diciassette anni, alla fine della scuola in Bulgaria, durante una grave iperinflazione. In sogno sedevo nell’aula all’ultimo piano. Il soffitto si aprì e gli alunni salirono verso un cielo dalle nuvole rosa, ciascuno su una seggiovia. Mi sentivo fiducioso, ma la mia sedia procedeva molto più lentamente. Tutti mi superarono e scomparvero oltre il colle. Quando arrivai, trovai un prato vuoto e davanti a me una montagna ancora più grande. Sapevo di doverla salire a piedi. Non c’era più seggiovia. Fui preso dalla paura di essere solo e abbandonato.

A diciassette anni avevo un piano preciso: studiare, finire presto, lavorare, guadagnare, formare una famiglia, avere figli e servire nella chiesa. Tutto andò diversamente. Tre anni di studio divennero quasi otto; trascorsi complessivamente undici anni all’università prima del primo posto stabile, in un hotel. Famiglia, stabilità economica e figli arrivarono molto più tardi. Dopo il matrimonio attendemmo dieci anni la nascita di nostra figlia. Dal sogno al servizio in una chiesa a Oftringen passarono circa venticinque anni.

La seggiovia della mia vita si mosse, ma non secondo il mio orario, e la montagna fu spesso più grande del previsto. Eppure rimase una promessa: Io sono con te.

Così ho iniziato a comprendere l’Ascensione. Dio ha un piano, spesso diverso dal nostro. I discepoli aspettano un re che li liberi da Roma e chiedono: «Signore, è questo il tempo in cui ristabilirai il regno d’Israele?» Gesù non risponde semplicemente sì, ma promette: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Gesù viene tradito, arrestato, percosso e crocifisso. Poi risorge e incontra Maria Maddalena, i discepoli di Emmaus, quelli chiusi in casa, Tommaso, Pietro, Giovanni e più di cinquecento persone. Prima dell’Ascensione affida loro il compito: «Sarete miei testimoni» fino ai confini della terra.

Prima di partire, però, prega. Giovanni 17 è la sua preghiera sacerdotale. Egli prega anche per noi, prima ancora che nascessimo. Non chiede anzitutto successo, prosperità o potere, ma «che siano tutti uno». L’unità non significa uniformità. Significa restare uniti a Dio e gli uni agli altri pur essendo diversi. In un mondo frammentato politicamente, socialmente, ecclesialmente e nelle famiglie, la comunità deve essere un altro luogo: non unita prima di tutto dalla prestazione, ma dall’accoglienza, dalla grazia e da Cristo.

L’Ascensione è anche festa della pazienza. I discepoli ricevono un compito, ma prima devono attendere, pregare e prepararsi. Noi vogliamo soluzioni e risultati rapidi, ma le vie di Dio sono spesso più lente dei nostri piani. Dio è vicino, ma non è a nostra disposizione.

Forse oggi siedi su una seggiovia simile. Da anni attendi cambiamento, guarigione, lavoro, pace familiare, chiarezza o forza, e la montagna appare immensa. Coraggio: Cristo vede te, l’intero cammino e la meta, anche quando tu vedi soltanto il metro successivo.

La consolazione dell’Ascensione non è che Gesù se ne vada, ma che ora è presente in modo nuovo: non legato a un luogo, bensì fra il suo popolo, qui e oggi, nella nostra vita quotidiana, mediante lo Spirito.

Gesù dice: «Non temere. Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Amen.

Predica
Italiano
Sintesi

Sorretti dal Buon Pastore

1 Pietro 2,21b–25 · Giovanni 10,1–15

Il Cristo crocifisso e risorto conosce, cerca e sostiene i suoi, chiamandoli dalla rappresaglia al discepolato.

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Manoscritto della predica

Sorretti dal Buon Pastore

Sorretti dal Buon Pastore

«Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio perché ne seguiate le orme. Non commise peccato; insultato, non rispondeva con insulti; soffrendo, non minacciava, ma si affidava a colui che giudica con giustizia. Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sulla croce, affinché vivessimo per la giustizia. Dalle sue ferite siete stati guariti. Eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al Pastore e Custode delle vostre anime» (1 Pietro 2,21b–25). Gesù dice: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la vita per le pecore» (Giovanni 10).

Cara comunità,

L’immagine del pastore parla immediatamente. Anche chi frequenta poco la chiesa conosce il Salmo 23: «Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla». Eppure oggi viviamo lontani dai pascoli, tra impegni, fatture, lavoro e famiglia; preferiamo immaginarci leoni o lupi piuttosto che pecore. Proprio per questo la Domenica del Buon Pastore domanda: chi ci guida? Quale voce determina la nostra vita? Chi ci cerca quando perdiamo la strada e noi stessi?

La Prima lettera di Pietro non dice soltanto che Cristo ci consola: egli ci precede e ci chiama a seguirne le orme. Scrive a cristiani che vivono come minoranza sotto pressione, sospetto e svantaggio, per aiutarli a non diventare amari e a non arrendersi interiormente. Che cosa significa essere custoditi dal Buon Pastore quando la vita diventa dura, ingiusta o confusa?

Il testo dice tre cose. Cristo ha sofferto e ci ha lasciato un esempio: non è soltanto oggetto della fede, ma via della vita, colui che ci conduce a Dio. Non ha risposto alla sofferenza con la violenza, bensì si è affidato al Padre che giudica con giustizia. Infine ha portato i nostri peccati e ci ha ricondotti a casa. Il punto finale non è un ideale morale, ma la salvezza.

Giovanni 10 mostra il Pastore che conosce, chiama, protegge e dà vita. Sullo sfondo, Ezechiele 34 denuncia i cattivi pastori che pascono se stessi, non fortificano i deboli e non cercano i perduti. Dio promette di salvare personalmente il gregge. Il Buon Pastore è dunque la risposta di Dio al fallimento umano.

Cristo ci conosce personalmente. Vede la stanchezza dietro il nostro funzionare, l’irritazione da sovraccarico, la vergogna, l’invidia nascosta, la paura, il vuoto e le domande che non osiamo pronunciare. Viviamo situazioni diverse: pressione professionale, cura dei figli o dei genitori, solitudine dopo il pensionamento, esigenze di rendimento per i giovani, familiarità o distanza dalla chiesa. Ma tutti perdiamo facilmente l’orientamento.

Pietro ci chiama «pecore erranti». È duro, ma vero. Ci trascinano le voci della paura, del confronto e del cinismo: «Pensa prima a te; non mostrare debolezza; prenditi da solo il tuo diritto». Cristo risponde: «Io ti conosco e perciò ti cerco. Anche quando ti senti perduto e solo, non ti lascio cadere».

«Dalle sue ferite siete stati guariti.» Cristo non aiuta soltanto offrendo un esempio, ma salva soffrendo al nostro posto. La croce non è la tragica fine di un uomo nobile: è l’azione di Dio per noi. Cristo porta ciò che ci separa da Dio, la colpa che non possiamo pagare, il dolore, il fallimento e la vergogna, e vince la morte. Il Buon Pastore è il Signore crocifisso e risorto. La sua bontà gli costa la vita; proprio perciò salva davvero. Non ogni problema scompare, ma non ne siamo più prigionieri da soli.

Il richiamo a seguire Cristo non deve mai essere usato per imporre a qualcuno di sopportare in silenzio l’ingiustizia. Il testo non santifica l’oppressione; Ezechiele condanna precisamente i pastori che schiacciano i deboli. Pietro afferma invece che chi appartiene a Cristo non deve sottostare alla logica della vendetta. Cristo rimase libero dal ciclo ferita–rappresaglia–nuova ferita.

La nostra epoca giudica in fretta, risponde duramente e riduce una persona a un solo errore. Questo accade nei social, nelle famiglie, nei matrimoni e nelle comunità, dove si parla degli altri invece che con loro. Pietro propone non passività, ma somiglianza a Cristo: non devo avere sempre l’ultima parola, restituire ogni offesa o chiamare bene l’ingiustizia; non devo però lasciarmi avvelenare da essa. È difficile, e perciò il discepolato non è semplice morale, ma frutto della grazia.

L’ultima parola è promessa: «Le mie pecore ascoltano la mia voce; io le conosco e nessuno le rapirà dalla mia mano». Il Buon Pastore ha dato la vita, è risorto e vive. Ti dice: «Non sei perduto. Sei conosciuto. Sei sorretto». Entra nella settimana ascoltando la voce del Pastore che ti conosce e ti porta.

Amen.

Predica
Italiano
Sintesi

Il tuo Re viene a te

Zaccaria 9,9–10 · Romani 13,11–12

L'umile Re della pace annunciato da Zaccaria viene con i doni dell'amore e dello Spirito in un mondo lacerato.

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Manoscritto della predica

Il tuo Re viene a te

Il tuo Re viene a te

1. Introduzione: ero presente quando venne il Re

Lo ricordo come fosse ieri. Il sole era basso su Gerusalemme; la luce, polverosa e dorata. La città traboccava di pellegrini venuti da ogni direzione, di voci in tanti dialetti, dell’odore di polvere, sudore e fumo dei sacrifici. Poi un mormorio attraversò la folla: «Sta arrivando!»

Ero alla porta della città, dove sale la strada da Betania. Avevo nell’orecchio l’antica parola di Zaccaria, udita tante volte nella sinagoga: «Esulta grandemente, figlia di Sion! Giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, il tuo re viene a te; egli è giusto e vittorioso, umile e cavalca un asino, un puledro figlio d’asina» (Zc 9,9).

All’improvviso apparve davvero un uomo su un giovane asino. Nessun carro, soldato o armatura splendente: soltanto un semplice predicatore itinerante, circondato da pescatori, donne, bambini e persone dagli occhi luminosi. La gente strappava rami di palma, stendeva mantelli e gridava: «Osanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!»

Sentii: è lui, il Re di cui parlava Zaccaria. Non il re forte e militare che avevamo immaginato, ma quello promesso da Dio: giusto, umile e portatore di pace. Non sapevo ancora che tutto avrebbe condotto alla croce, alla risurrezione e alla Pentecoste. Ma percepivo che, se questo Re regna davvero, tutto cambia e la nostra vita stanca e lacerata ha speranza.

2. Zaccaria 9: un Re in un tempo lacerato

Zaccaria non vive in un mondo integro. Il popolo è tornato dall’esilio, ma Gerusalemme è un cantiere incompiuto. Il tempio viene ricostruito lentamente, le mura sono deboli e la situazione politica incerta. Sotto il dominio persiano non vi è più un re della stirpe di Davide. Molti chiedono delusi: era tutto qui? Per questo siamo tornati?

È un tempo politicamente instabile, economicamente teso, religiosamente incerto e socialmente fragile. Dove sono la promessa e la gloria di Dio? Dov’è il Re promesso? Proprio qui Dio dice: «Ecco, il tuo Re viene a te». Non «forse» né «se vi impegnerete abbastanza», ma: «Guarda! Il tuo Re viene».

Zaccaria presenta una regalità radicalmente diversa. I re abituali arrivano su carri e cavalli da guerra, seguiti dagli eserciti; mostrano un potere rumoroso e minaccioso. Il Re di Dio è giusto, sta dalla parte di Dio e dei deboli; salva non con la violenza ma con la pace; è umile e ci viene vicino.

Il versetto 10 annuncia: «Eliminerò i carri da Efraim e i cavalli da Gerusalemme; l’arco di guerra sarà spezzato. Egli annuncerà la pace alle nazioni; il suo dominio sarà da mare a mare e dal fiume fino ai confini della terra». Dio promette pace non per pochi, ma per tutti, e un Re che non distribuisce nuove armi, bensì spezza quelle esistenti. Quando non si vede stabilità né pace, Dio dona una visione: verrà il Re della pace.

3. Anche noi viviamo nel tempo intermedio

Il nostro tempo non è molto diverso: guerre, violenza, insicurezza politica, populismi, polarizzazione, crisi economiche, inflazione, minacce ecologiche, fratture familiari, stanchezza e solitudine. Molti sentono che non c’è vera pace, né nelle notizie, né nella vita quotidiana, spesso neppure nel cuore.

Viviamo tra la grande promessa di Dio, che rimane, e il suo compimento non ancora pieno. Crediamo in Cristo e vediamo tuttavia il buio. Perciò Zaccaria 9 parla a noi: il tuo Re viene nella tua inquietudine, insicurezza e mancanza di pace. Gesù Cristo porta due doni.

4. I due doni del Re: la legge dell’amore e lo Spirito

Il primo dono non è un nuovo catalogo di prescrizioni, ma una nuova forza d’amore. Geremia 31 promette il nuovo patto che Dio conclude con Israele e al quale partecipiamo per Gesù Cristo: «Metterò la mia legge dentro di loro e la scriverò sul loro cuore. Saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio. Tutti mi conosceranno».

Questo è il miracolo: Dio non scrive soltanto su tavole o libri, ma nei cuori; ci plasma dall’interno. Il nuovo patto non dice: «Devi amare, altrimenti…», ma: «Ti dono l’amore con cui puoi amare». Il Re della pace trasforma il cuore indurito in un cuore che batte al ritmo dell’amore di Dio.

Il secondo dono è lo Spirito Santo. Giovanni Battista dice: «Io vi battezzo con acqua per il ravvedimento; colui che viene dopo di me è più forte di me… Egli vi battezzerà con lo Spirito Santo e con il fuoco» (Mt 3,11; Lc 3,16). Questo Re non è soltanto maestro e modello: dona la presenza di Dio in noi. Lo Spirito consola, rialza, guida nella verità, elargisce doni e fa crescere il suo frutto: amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza e autocontrollo. Egli è la pace interiore di Dio in un mondo esteriormente agitato. Il Re viene dunque con l’amore che cambia i cuori e con lo Spirito che rinnova le persone.

5. Vivere nella luce del giorno che viene

Paolo scrive in Romani 13,11–12: «È ormai ora di svegliarvi dal sonno… La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce». Viviamo come all’alba: la notte c’è ancora, ma passa; il giorno non è pienamente presente, ma viene. Perciò non viviamo nell’egoismo, nell’odio, nell’indifferenza e nelle parole distruttive, bensì come persone del giorno futuro, dell’amore, dello Spirito e della pace. L’amore compie la legge; lo Spirito ci rende capaci di vivere nella luce.

6. Che cosa significa concretamente?

In un mondo senza pace, riceviamo la quiete di Cristo come dono: «Vi do la mia pace; non come la dà il mondo». In una società dura e fredda, chiediamo: «Signore, riempimi del tuo amore; insegnami ad amare dove non ho forza». Nella nostra lacerazione, lo Spirito consola le ferite, corregge ciò che ci imprigiona, fortifica la debolezza e ci manda dove siamo necessari. Guardiamo al futuro con speranza: Gesù è venuto e tornerà. Viviamo fra la Domenica delle Palme e il suo ritorno.

7. Attendo il Re: testimone del futuro

Guardo ora non indietro a Gerusalemme, ma avanti. Il buio di guerre, lacrime, relazioni spezzate e lotte interiori è reale. Eppure odo: «Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e apre, entrerò da lui e cenerò con lui» (Ap 3,20).

Egli sta alla porta del mio cuore non come sovrano duro, ma come Re della pace. Non viene a mani vuote. In una mano porta l’amore: «Scriverò la mia legge nel tuo cuore; non devi salvarti né amare perfettamente con le tue forze. Ti dono il mio amore». Nell’altra porta lo Spirito: «Abiterò in te; sarò il tuo Consolatore, la tua forza e la tua luce».

Mi chiede: «Mi lasci entrare anche nelle tue ferite, nella tua inquietudine, colpa, vergogna e paura?» Apro la porta. Le crisi non scompaiono magicamente e la mia vita resta limitata. Ma dentro inizia qualcosa di nuovo: il Re dimora in me, il suo Spirito opera e il suo amore plasma pensieri, sentimenti e azioni. Divento persona di pace non perché io sia forte, ma perché egli vive in me.

8. Invito

Lascerai entrare il Re? Gli aprirai la porta, forse per la prima volta o consapevolmente di nuovo? Egli non si impone. Bussa.

Amen.

Predica
Italiano
Sintesi

La fede vede l'Invisibile

Ebrei 11

Raab, Giobbe e Corrie ten Boom mostrano la fede come fiducia nel Dio invisibile che conduce ad agire con coraggio.

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Manoscritto della predica

La fede vede l'Invisibile

La fede vede l’Invisibile

Qualche tempo fa mi è capitato tra le mani il libro Il rifugio segreto di Corrie ten Boom. Corrie, la narratrice, proviene da Haarlem, nei Paesi Bassi. La sua famiglia gestisce un negozio di orologi e vive in modo semplice, ma profondamente radicata nella fede cristiana. Sono persone cordiali, praticano l’ospitalità e l’amore del prossimo. Il padre Casper forma i figli con una pietà chiara e vissuta. Fin da piccoli Corrie e i suoi fratelli imparano a confidare in Dio e a servire gli altri. La famiglia vive modestamente, ma con un cuore grande per chi è nel bisogno. Corrie si impegna nel lavoro con i giovani e diventa la prima donna orologiaia autorizzata nei Paesi Bassi. Con l’invasione nazionalsocialista del 1940 tutto cambia. Minacce e repressione entrano nella vita quotidiana. La famiglia ten Boom decide di aiutare gli ebrei e altri perseguitati. Al piano superiore della casa viene costruita una stanza segreta dietro una falsa parete. Serve da nascondiglio per ebrei e membri della resistenza. Continuano ad arrivare persone in cerca di protezione. Corrie e sua sorella Betsie le accolgono, nonostante il costante pericolo per la propria vita.

È una storia sconvolgente. Racconta la fede di una famiglia in tempi oscuri. Come Corrie ten Boom si affidò a Dio nel pieno della tempesta della sua vita, così il coro ha appena cantato: “Attraverso la tempesta della vita guidami nella tua luce; quando sono debole, rendimi forte.” Prima di svelare la fine della storia, vorrei soffermarmi su questo tema centrale. Che cos’è la fede? Se cerchiamo una definizione, ne troviamo una nel capitolo 11 della Lettera agli Ebrei. La fede viene descritta come salda certezza riguardo a ciò che non si vede. Segue poi un elenco di padri e madri della fede, fra i quali compaiono Sara e, più avanti, Raab. Si parla della fede salvifica di Raab.

Chi era Raab? In Giosuè 2,1 la Bibbia racconta brevemente la sua storia: la storia di una straniera, un’emarginata, una prostituta; la storia di una donna che non aveva ricevuto le migliori opportunità dalla vita. Non era particolarmente istruita né possedeva grandi ricchezze. Era disprezzata dagli uomini ed esclusa dalla società. Un giorno udì parlare di un Dio che fino ad allora non conosceva. Il messaggio la colpì nel profondo del cuore, con tale forza da toglierle il respiro. Aveva sentito che questo Dio aveva prosciugato le acque del Mar Rosso e, con mano potente, aveva condotto il suo popolo fuori dalla schiavitù d’Egitto. Riconobbe che egli è onnipotente, Signore lassù nel cielo e quaggiù sulla terra, più forte degli dèi che lei conosceva e venerava. Proprio in quel momento qualcuno bussò alla sua porta. Davanti a lei c’erano due uomini di Giuda, due esploratori, in fuga, inseguiti e bisognosi di aiuto. Erano messaggeri del Dio di cui aveva udito parlare. Raab ascolta, riconosce e agisce. Accoglie gli esploratori, li nasconde e li salva, rischiando la propria vita. In questo modo la sua fede trova un’espressione pratica e profetica. Raab appende una corda scarlatta alla finestra della sua casa come segno di pace e come segno che avrebbe portato salvezza. Molti anni dopo Dio avrebbe mandato il proprio Figlio come una corda di salvezza dal cielo, resa rossa dal sangue che Gesù ha versato per noi sulla croce. Raab trova rifugio, accoglienza, protezione e una nuova famiglia. Diventa antenata di Booz, che sposa Rut la moabita, nuora di Noemi e bisnonna del re Davide. Raab entra nella genealogia di Gesù Cristo come una delle quattro donne nominate espressamente: Tamar, Raab, Rut e Betsabea; donne di reputazione dubbia, ma dal cuore grande e dalla fede profonda.

Che cos’è dunque la fede e in che cosa si distingue, per esempio, dalla speranza? La speranza è racchiusa nella fede. Essa dà il contenuto, la meta, la visione. La fede è la fiducia che sostiene questa speranza, la forza trasformatrice che rende possibile sperare. Pensiamo a un ingegnere incaricato di costruire una nuova strada da A a B. Con gli occhi esteriori non vede nulla di particolare: non ci sono né asfalto né ponte. Ma i suoi occhi interiori vedono già nell’invisibile. Nella mente ha già disegnato un’immagine. Interiormente vede la strada terminata e l’auto che la percorre. Questa immagine è la speranza: la visione della meta. Il fatto che egli disegni progetti, ordini i materiali e inizi davvero a costruire è segno della sua fede: agisce sulla base della sua visione. Qui, dunque, la fede è un agire che trasforma.

Per fede comprendiamo che il mondo è stato creato mediante la parola di Dio e che il visibile ha la sua origine nell’invisibile. La fede è dunque testimonianza del Dio invisibile.

Lo vediamo anche nella storia di Giobbe. Egli conobbe una sofferenza come pochi altri: perse i figli, i beni e la salute. I suoi amici sospettavano che Dio lo avesse respinto. Eppure egli rimase aggrappato a Dio. In mezzo alla sua angoscia confessò:

“Ma io so che il mio Redentore vive e che, alla fine, si leverà sulla polvere. E dopo che questa mia pelle sarà distrutta, senza la mia carne vedrò Dio. Io lo vedrò; i miei occhi lo contempleranno e non un altro. Il mio cuore si strugge dentro di me.”

Giobbe rende testimonianza all’Invisibile, che riconosce nella fede. E alla fine del suo cammino confessa:

“Il mio orecchio aveva sentito parlare di te, ma ora il mio occhio ti ha visto.” (Giobbe 42,5)

Così la vita stessa di Giobbe diventa testimonianza.

Permettetemi una testimonianza personale. Come sapete, i miei genitori non poterono avere figli per molto tempo. Anche mia moglie e io abbiamo atteso otto anni un figlio. La storia si ripeteva. Diversi esami ci davano una probabilità positiva compresa soltanto fra lo 0,1 e lo 0,01 per cento. Con il passare degli anni la disperazione si insinuò nella mia vita. Divenne difficile. Ma, dopo una breve preghiera a Dio durante una delle mie visite in Bulgaria, si accese una scintilla di fede, piccola come un granello di senape. Ebbi la certezza che il Dio invisibile è più grande di ogni calcolo delle probabilità. Così, all’inizio di gennaio 2021, dopo una gravidanza molto difficile, nacque nostra figlia. Le demmo il nome Yoana, per ricordare che Dio è misericordioso.

Perché le persone credano, è necessario che ascoltino la Parola; è necessaria la proclamazione. Le predicatrici e i predicatori sono inviati e servitori della parola di Dio. Seminano il seme del messaggio del regno di Dio, ed esso cade sul terreno del nostro cuore. Desidero che ciò diventi realtà nella nostra vita. La fede è dunque l’albero buono che cresce dal seme della buona notizia e produce frutti buoni. Sotto i suoi rami gli uccelli trovano rifugio. Il cuore umano è il tesoro della fede. “Più di ogni altra cosa custodisci il tuo cuore, perché da esso sgorgano le sorgenti della vita”, come dice Proverbi 4,23.

Fede significa non soltanto accogliere interiormente il Vangelo, ma anche confessarlo visibilmente. La parola è vicina a te: non è lontana, irraggiungibile o astratta. Vive nel tuo cuore come fiducia e passa sulle tue labbra come confessione. Fede significa essere profondamente convinti che Dio mi ama, mi accoglie e mi dona la salvezza attraverso il sacrificio di Gesù.

A differenza della storia di Raab, la vicenda della famiglia olandese non ha un lieto fine. Nel 1944 un collaborazionista tradisce la famiglia. La Gestapo irrompe nella casa. Gli ebrei nel nascondiglio sopravvivono, ma la famiglia viene arrestata. Papà Casper muore poco dopo. Corrie e Betsie vengono deportate nel campo di concentramento di Ravensbrück. Vi sono freddo estremo, fame e malattie. Betsie muore nel campo. Corrie sopravvive e perdona perfino un ex guardiano del campo che glielo chiede.

Lei sapeva che il Dio nel quale credeva fermamente era più grande di tutto ciò che poteva vedere con gli occhi esteriori. Egli agisce nel nascondimento, trasforma i cuori e ci riconduce a sé. Ci riporta a casa. Di questo ha cantato il coro nell’ultimo canto: “Sulla croce del Calvario Gesù è morto per me… Alleluia, sono libero” e “Fa’ risplendere su di me la luce del cielo.” Sulla croce del Calvario Gesù è morto per me. Alleluia, sono libero. Fa’ risplendere su di me la luce del cielo lungo il cammino verso il luminoso mondo celeste.

Amen.